CHATTER: PENSIERI E SENTIMENTI NEGATIVI. COME GESTIRLI?

A volte lo stress, genera in noi sentimenti negativi che ci fanno pensare solo alle peggiori conseguenze: stiamo sperimentando il chatter. L’articolo “Talking to Yourself” nel sito Character Lab di Angela Duckworth, ci spiega come superare questi momenti, proponendoci una strategia, la distanced-self talk, che possono sperimentare anche i bambini.

Leggi l’articolo: Talking to Yourself 

Ecco la versione in italiano, tradotta dalla nostra educatrice Alessia (attività non profit) :

PARLARE A SE STESSI

Oggi, ho chiesto a Ethan Kross di condividere il suo consiglio della settimana. Questa è la prima di due parti riguardo al fenomeno chiamato “chatter”.

Nel 2012, una ragazza pachistana di 14 anni ha ricevuto uno dei messaggi più spaventosi immaginabili: un gruppo terrorista stava pianificando di ucciderla.

Il suo nome era Malala Yousafzai, e due anni più tardi, dopo essersi ripresa da una ferita da arma da fuoco al volto, sarebbe diventata la ragazza più giovane ad aver ricevuto il premio Nobel per la pace. Ma nel momento in cui aveva saputo che la sua vita era in pericolo, si era focalizzata su ciò che provava dentro di sé cercando di capire il senso di ciò che le stava accadendo.

Quando siamo stressati, guardarsi dentro è una reazione comune – ma spesso ci si rivolta contro. Invece di farci sentire meglio, ci porta a sperimentare il “chatter”.

Il “Chatter” è una serie di pensieri e sentimenti negativi che trasformano la nostra capacità di introspezione in vulnerabilità piuttosto che forza – ci preoccupiamo, rimuginiamo e pensiamo al peggio invece di trovare semplici soluzioni per migliorare la nostra condizione.

E in questo periodo di turbolenze causate dalla pandemia mondiale, legittimazione razziale ed estrema polarizzazione politica, il “chatter” è un fenomeno sempre più comune.

Perciò come si fa a gestire il “chatter”? Uno strumento utile è ciò che si chiama “distanced-self talk” (parlare con se stessi tenendo le distanze) – allenarsi a risolvere un problema utilizzando il proprio nome, come se si stesse dando un consiglio a qualcun altro. Malala utilizzò questo metodo istintivamente: immediatamente dopo aver ricevuto la minaccia, disse a se stessa ( silenziosamente, nella sua mente), “se arrivasse, cosa faresti, Malala?” poi rispose alla domanda che si era appena posta, “ Malala, prendi una scarpa e colpiscilo…”.

Ricerche mostrano che è più semplice aiutare gli altri a gestire i loro problemi piuttosto che aiutare se stessi. Il Distanced-self talk” sfrutta al meglio questa idea. Parlare a se stessi come se si fosse qualcun altro – usare il proprio nome o il “tu” per esaminare i propri problemi – aiuta ad avere migliori prestazioni sotto stess e a regolare le proprie emozioni.

Questa pratica funziona anche per i bambini. Quando si trovano a dover affrontare un problema, chiedete loro di immaginare cosa direbbero a loro stessi se fossero dei super eroi come Batman o PJ Masks (“cosa farebbe Batman?”). Questo li aiuta a controllare le loro emozioni e perseverare in compiti difficili, ed è particolarmente utile per i bambini che faticano a controllare i loro sentimenti.

Non rivolgetevi a voi stessi usando “Io”, “me”, o “mio” quando fate fatica a controllare le vostre emozioni – è più probabile che finiate con l’autocommiserarvi piuttosto che analizzare i vostri sentimenti.

Fate un passo indietro. Quando vi darete lo stesso consiglio che dareste ad un amico, riuscirete a pensare ai problemi come ad una sfida gestibile piuttosto che come a una grande minaccia – e ciò vi spingerà in avanti.

Con gratitudine,

Ethan

Ethan Kross, autore del nuovo libro “Chatter”, è un professore dell’Università del Michigan, dove riceve nel dipartimento di psicologia e nella Ross School of Business. Dirige il Laboratorio sulle Emozioni e sull’Autocontrollo presso l’Università del Michigan.